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Martedì, 28 Febbraio 2017 14:22

Certificati scuola, pediatri dimenticati nella valutazione delle disabilità In evidenza

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Per stabilire di quante ore di sostegno all'alunno disabile ha bisogno una scuola il percorso si complica, almeno in apparenza. Il governo ha inserito nei decreti delegati per la "buona scuola" dei "gruppi di inclusione territoriale-Git" che faranno la domanda agli uffici scolastici, al posto del direttore didattico. Sono pool -uno per ambito scolastico - guidati da una figura tecnica, con tre presidi e due insegnanti. Il decreto piace poco alle famiglie di disabili in quanto potrebbe diminuire le ore di sostegno disponibili nella scuola dell'obbligo (25, di media, sommando insegnante di sostegno, educatore, assistente alla comunicazione) ma piace poco pure ai sindacati, perché prefigura posti di lavoro in meno -si evocano fino a 30 mila tagli -ed una formazione ad hoc per l'insegnante di sostegno che dovrebbe avere un percorso di laurea mirato e per 10 anni non potrebbe insegnare altre materie. Siamo davvero di fronte a un possibile disastro? Abbiamo sentito un economista e i pediatri di famiglia. «Le ore di sostegno in assoluto in Italia sono molte», ammette Carlo Hanau, referente del master sull'autismo all'università di Modena-Reggio. 

«In altri paesi pur partendo da un numero anche maggiore di ore nella scuola dell'infanzia, poi si decresce. In Italia per tutta la durata della scuola dell'obbligo abbiamo almeno quattro operatori legati al sostegno: l'insegnante, l'educatore, l'assistente alla comunicazione e l'assistente tecnico che si occupa delle esigenze igieniche, con un rapporto molto alto. Ad esempio, nell'autismo si conta un professionista per ogni allievo disabile. A livello nazionale il rapporto medio è di un operatore ogni due soggetti con disabilità, e la spesa per alunno con disabilità è doppia rispetto agli Usa. Le assunzioni sono cresciute a un ritmo leggermente superiore al tasso di crescita dell'incidenza di minori con disabilità, che è del 4-5% annuo. Io credo si possa discutere non di ridurre le ore, e anzi male fa il governo a mettere le associazioni dei pazienti di fronte al fatto compiuto senza spiegare per tempo ciò che inserirà nel decreto, ma di meglio distribuire gli sforzi e meglio pagare le professionalità, che devono fare sinergia tra loro ed essere qualificate sulle disabilità: un conto è insegnare Garibaldi, un altro insegnare le abilità della vita». Per Carmelo Rachele responsabile nazionale area neuropsichiatria della Federazione Italiana Medici Pediatri, «istituendo i Git il governo individua un punto di criticità, nel tentativo forse di valutare meglio la situazione funzionale, ma bisognerà verificare sul campo l'efficacia di questi nuclei». La valutazione del Git si porrebbe a valle di quella della commissione Asl che in base alla legge 104/92 e al DPR 24/2/94 formula la diagnosi funzionale sul bambino e ufficializza il piano educativo individualizzato dove si elencano gli interventi sull'alunno da verificare trimestralmente. L'iter attuale è "pediatra free", con risultati controversi. «Osserviamo una sovrastima di diagnosi funzionali sulla cui base il bambino è inserito nei "bisogni educativi speciali"», dice Rachele. 

«Si confonde tra difficoltà di apprendimento e disturbi specifici d'apprendimento, gli affetti da questi ultimi sono un 2% della popolazione, ma per difficoltà educative o strategie didattiche le diagnosi di disturbo d'apprendimento arrivano a una prevalenza del 15%. In teoria oltre un bambino italiano su 10 ha disturbi del neuro sviluppo. In realtà può ben essere che delle ore dedicate al sostegno scolastico una parte da riservare ai casi più gravi sia dedicata a chi potrebbe meglio fruire di brevi periodi di potenziamento educativo. Il pediatra di libera scelta, non coinvolto dalla legge nell'iter che porta alla diagnosi funzionale, potrebbe avere un ruolo sia nel favorire una diagnosi più tempestiva di disturbi che connotano un quadro clinico reale (alla diagnosi di autismo si arriva in quasi 5 anni, quando ci sarebbero strumenti per diagnosticarlo a 18 mesi di vita) sia nel calare la diagnosi funzionale fatta nelle Asl nella valutazione del fabbisogno educativo, conoscendo competenze e capacità del bambino e contesto di provenienza». Per i Git, «oltre a proporsi nella citata veste di case-manager il pediatra di fiducia potrebbe costituire un valore aggiunto se fosse istituzionalizzato un momento di interlocuzione. Confido che ciò possa avvenire, magari facendo anche noi uno sforzo e mirando di più l'istituto dei "bilanci di salute" periodici sullo sviluppo neurologico del bambino». 


Mauro Miserendino

Letto 307 volte Ultima modifica il Giovedì, 27 Aprile 2017 10:06

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