Federazione Italiana Medici Pediatri di Roma e Provincia

Servizi sindacali e informazione per medici pediatri...

Il 18 marzo 2017 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 65 il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 12 gennaio 2017 riportante i nuovi Livelli essenziali di assistenza (LEA).

Tale Decreto è entrato in vigore il 19 marzo 2017 (link gazzetta) http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/03/18/17A02015/sg

Questo Decreto risulta quindi l’unico in vigore subentrando e annullando tutte le precedenti delibere emesse in passato.

Qui di seguito potrete scaricare un semplice schema che riassume le novità in termine di dosaggi e prescrivibilità per i test in vitro di nostra competenza sia per il settore allergologico che autoimmunitario.

"La nutrizione preventiva nel Lazio"

27 marzo 2017

Consiglio Regionale del Lazio - Sala Mechelli



 Da Expo al Consiglio regionale del Lazio. Il tema della nutrizione preventiva e di una corretta educazione alimentare, raccogliendo l'eredità della "Carta di Milano" sottoscritta nel 2015 a margine dell'esposizione universale, è stato oggi declinato dai massimi esperti del settore in un convegno alla Pisana. Dopo una rapida introduzione del Prof. Francesco Riva, Presidente dell'Associazione Educazione Alimentare, a fare gli onori di casa il Presidente della Commissione Salute, Rodolfo Lena, che, in apertura dei lavori, ha sottolineato la portata storica di un evento in cui aziende sanitarie,     grande distribuzione, ristorazione collettiva, farmacie, università, professionisti sanitari, istituzioni, fino ad arrivare a studenti e singoli cittadini, fanno "rete" per meglio comunicare e condividere i principi basilari di educazione alimentare.

"Sappiamo ormai con certezza che tante patologie possono essere prevenute a tavola e per questo è un obbligo per tutta la classe dirigente favorire un serio ragionamento su come mangiamo e su quali siano le emergenze più impellenti da affrontare, se serve anche con un'apposita legislazione regionale", ha detto Lena.

E di emergenze, nel corso del convegno, ne sono emerse tante. In primis, l'obesità infantile, con tutte le nefaste conseguenze del caso: dal fegato grasso alla predisposizione al diabete o all'epatite C.

"L'alimentazione è il principale fattore di prevenzione non adeguatamente considerato, nel nostro Paese come altrove", ha ricordato il moderatore dell'incontro, il Prof.  Antonino De Lorenzo dell'Università di Tor Vergata.

"La famosa dieta mediterranea da sola potrebbe contrastare non poco i pericoli derivanti da una scorretta alimentazione", ha quindi ricordato alla platea il Professore Lorenzo Donini della Università La Sapienza di Roma illustrando la sostenibilità della stessa nel sistema complessivo; tuttavia "solo il 14% dei bambini italiani ne segue i principi", ha replicato il Professore Valerio Nobili dell'Ospedale Bambino Gesù, sempre più spesso alle prese con minori over size e con le pesanti conseguenze che ad essi ne derivano.

Il dottor Roberto Copparoni, dell'Ufficio Nutrizione e informazione consumatori del Ministero della Salute, ha relazionato sull'ultimo documento, in ordine temporale, nato per pianificare un intervento pubblico nel settore della nutrizione. Si tratta del recente accordo siglato da Governo e Regioni sul documento "Valutazione delle criticità nazionali in ambito nutrizionale e strategie d'intervento 2016-2019". Un testo che riconosce per la prima volta un ruolo operativo fondamentale in ogni Asl del Paese e che quindi vede noi istituzioni in prima linea sul tema dell'educazione alimentare.

La Regione Lazio, intanto, ha promosso e sostenuto il progetto "Okkio alla Ristorazione", approvato dallo stesso ministero e avviato nel 2012 a partire da sei regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Sicilia, Veneto), sviluppando una fattiva collaborazione tra 56 Servizi Igiene Alimenti e Nutrizione e circa 200 Aziende di Ristorazione Collettiva  (che producono in Italia circa due miliardi di pasti l'anno) per promuovere ed implementare la diffusione e conoscenza di corrette informazioni nutrizionali tra gli operatori e l'adozione di adeguati stili alimentari da parte di tutti gli utenti.

Altro campanello d'allarme emerso nel corso del convegno è quello relativo all'eccessivo uso di sale. A tavola, ma soprattutto in cibi confezionati o in pasti pronti. Un problema che diventa enorme quando impatta con il mondo della ristorazione collettiva, a partire da quella scolastica.
Il dottor Giuseppe Ugolini, della Asl Roma 2, sin dal 2007 ha avviato un poderoso e capillare censimento a riguardo, partendo dal già vasto territorio della ex Asl Roma/C.
"Il sale va consumato in modiche quantità, ma quando è utilizzato bisogna assolutamente privilegiare il sale iodato", ha affermato Ugolini. Grazie alla sua azione, nel corso degli anni, tutte le mense scolastiche romane, anche degli asili nido, hanno introdotto il sale iodato nella preparazione dei pasti. Ma tanto resta ancora da fare. "La grande distribuzione rende disponibile e ben evidente sugli scaffali il sale iodato nel 100% dei casi analizzati , ma lo stesso non avviene in tabaccheria come in farmacia... e ovviamente se si mangia spesso fuori casa, non c'è alcun modo per il consumatore di sapere che tipo di sale abbia usato il cuoco di turno",ha precisato lo studioso.

"Eppure l'assunzione di iodio è fondamentale per l'organismo umano, specie per le donne in gravidanza o in fase di allattamento", ha ricordato il Prof. Andrea Fabbri, sempre della Asl Roma 2. "La carenza di iodio può determinare seri problemi cognitivi nel feto e nel bambino", ha precisato il dottor Fabbri  indicando le risultanze di recenti studi internazionali.

A tirare le fila della mattinata, la Prof.ssa dell'Università Tor Vergata, Laura Di Renzo, che ha elaborato una proposta di rete regionale per la valutazione del rischio, prevenzione, diagnosi e cura  in ambito  nutrizionale per favorire  una alimentazione  sana, specie fuori casa: "Bisogna assolutamente evitare che si perpetuino gare al ribasso nella ristorazione  collettiva, così come, nelle scuole, sarebbe importante che le maestre mangiassero con gli alunni, nell'ambito di un progetto di educazione alimentare di ampio raggio, che oggi si rende necessario dal momento che gli ultimi dati in nostro possesso parlano di un rifiuto  del 37% delle pietanze da parte degli scolari: questo accade - si è chiesta infine Di Rienzo perché è cibo non buono o perché lo vedono per la prima volta nel piatto e quindi lo respingono d'istinto?".
Un invito accolto prontamente dalla pediatra Dottoressa Teresa Rongai, Segretario Fimp Roma e provincia che ha dichiarato la disponibilità totale della categoria da lei rappresentata a future azioni concrete,  e successivamente sviluppato nel corso della tavola rotonda, magistralmente coordinata dalla Prof.ssa Patrizia Laurenti dell'Università Cattolica,  che ha messo in comunicazione ed a confronto alcune importanti realtà.
Per la Società Italiana di Igiene - SITI i Professori Umberto Moscato ed Agostino Messineo hanno parlato della evoluzione del SIAN e del fatto che la funzione dello stesso nel Lazio in ambito nutrizionale nel Lazio non sembra del tutto correttamente percepita, forse anche a causa di un ridotto numero di Dietisti e modesto numero di Medici specialisti in Scienza dell'Alimentazione presenti nelle strutture.In futuro importante incrementare queste figure per sostenere la funzione di sorveglianza nutrizionale composta da corretta comunicazione, best practice e adeguati modelli di governance.
Per la Associazione Italiana Celiachia Lazio la Presidente  Paola Fagioli, ha  posto l'attualità della necessità della vendita dei prodotti senza glutine per celiaci in convenzione anche nei supermercati, oltre che nelle farmacie, per favorirne l'abbattimento dei costi ed ha chiesto in tal senso un supporto all'Istituzione regionale. Interessante l'intervento del referente della Grande Distribuzione Coop Dr. Massimo Pelosi che ha ritenuto di evidenziare il ruolo importante della GDO nell'orientare e favorire la clientela nella scelta consapevole di prodotti alimentari realmente atti a migliorarne lo stato di salute.
La  Dott.ssa Patrizia Andreoli di Sodexo ha sottolineato  la solidità e la lunga decennale collaborazione della sua Azienda di Ristorazione Collettiva (la più grande in Italia) con i SIAN  e gli effetti positivi che ne sono derivati anche ai fini del miglioramento della qualità nutrizionale dei menù proposti ai commensali.
Tutti e tre hanno concordato  sul ruolo fondamentale della Rete Sian (Sianet) presupposto indispensabile per interventi di prevenzione nutrizionale integrata a livello territoriale, al fine di stilare linee guida immediatamente applicabili, anche con il supporto delle istituzioni deputate.

Il ruolo della Regione è stato illustrato dalla Dottoressa Lilia Biscaglia dell'Area Prevenzione e Promozione della Salute della Direzione regionale Salute e Politiche Sociali nel trarre le conclusioni della giornata.

Nel 2015, un decreto del Commissario ad acta Nicola Zingaretti (il numero 593), ha integrato il piano regionale della prevenzione 2014-2018 includendo tra le azioni da intraprendere a livello territoriale una corretta iodoprofilassi e campagne per favorire l'allattamento al senso e un maggior consumo di frutta e verdura. In tutto, si compone di 9 programmi, articolati in 27 progetti che saranno realizzati in tutte le Asl, e 29 azioni.

"Considerando i cambiamenti culturali ed organizzativi in atto nel Lazio il nostro piano può rappresentare l'avvio di un processo di ri-orientamento del sistema della prevenzione", ha dichiarato.

Con lei, la Dottoressa Giulia Cairella (Asl Roma 2), Referente per la Regione Lazio sulle sorveglianze in età evolutiva, che, tra l'altro, ha presentato i dati della campagna di sensibilizzazione del 2016 in occasione della settimana dedicata alla riduzione del sale. Poster, volantini, incontri, in tutto il Lazio, con numeri molto importanti: 28 le aziende coinvolte, per un totale di 180 mense (aziendali, ospedaliere, universitarie) e 25mila utenti raggiunti. "Un'iniziativa senz'altro da ripetere ma che è perfettamente in linea con quanto quotidianamente fanno i nostri uffici per attuare quanto disposto dal piano regionale della prevenzione".

Per vedere il video, cliccare sul link di seguito 

https://www.facebook.com/100009114497913/videos/1755849128062220/ 

Per stabilire di quante ore di sostegno all'alunno disabile ha bisogno una scuola il percorso si complica, almeno in apparenza. Il governo ha inserito nei decreti delegati per la "buona scuola" dei "gruppi di inclusione territoriale-Git" che faranno la domanda agli uffici scolastici, al posto del direttore didattico. Sono pool -uno per ambito scolastico - guidati da una figura tecnica, con tre presidi e due insegnanti. Il decreto piace poco alle famiglie di disabili in quanto potrebbe diminuire le ore di sostegno disponibili nella scuola dell'obbligo (25, di media, sommando insegnante di sostegno, educatore, assistente alla comunicazione) ma piace poco pure ai sindacati, perché prefigura posti di lavoro in meno -si evocano fino a 30 mila tagli -ed una formazione ad hoc per l'insegnante di sostegno che dovrebbe avere un percorso di laurea mirato e per 10 anni non potrebbe insegnare altre materie. Siamo davvero di fronte a un possibile disastro? Abbiamo sentito un economista e i pediatri di famiglia. «Le ore di sostegno in assoluto in Italia sono molte», ammette Carlo Hanau, referente del master sull'autismo all'università di Modena-Reggio. 

«In altri paesi pur partendo da un numero anche maggiore di ore nella scuola dell'infanzia, poi si decresce. In Italia per tutta la durata della scuola dell'obbligo abbiamo almeno quattro operatori legati al sostegno: l'insegnante, l'educatore, l'assistente alla comunicazione e l'assistente tecnico che si occupa delle esigenze igieniche, con un rapporto molto alto. Ad esempio, nell'autismo si conta un professionista per ogni allievo disabile. A livello nazionale il rapporto medio è di un operatore ogni due soggetti con disabilità, e la spesa per alunno con disabilità è doppia rispetto agli Usa. Le assunzioni sono cresciute a un ritmo leggermente superiore al tasso di crescita dell'incidenza di minori con disabilità, che è del 4-5% annuo. Io credo si possa discutere non di ridurre le ore, e anzi male fa il governo a mettere le associazioni dei pazienti di fronte al fatto compiuto senza spiegare per tempo ciò che inserirà nel decreto, ma di meglio distribuire gli sforzi e meglio pagare le professionalità, che devono fare sinergia tra loro ed essere qualificate sulle disabilità: un conto è insegnare Garibaldi, un altro insegnare le abilità della vita». Per Carmelo Rachele responsabile nazionale area neuropsichiatria della Federazione Italiana Medici Pediatri, «istituendo i Git il governo individua un punto di criticità, nel tentativo forse di valutare meglio la situazione funzionale, ma bisognerà verificare sul campo l'efficacia di questi nuclei». La valutazione del Git si porrebbe a valle di quella della commissione Asl che in base alla legge 104/92 e al DPR 24/2/94 formula la diagnosi funzionale sul bambino e ufficializza il piano educativo individualizzato dove si elencano gli interventi sull'alunno da verificare trimestralmente. L'iter attuale è "pediatra free", con risultati controversi. «Osserviamo una sovrastima di diagnosi funzionali sulla cui base il bambino è inserito nei "bisogni educativi speciali"», dice Rachele. 

«Si confonde tra difficoltà di apprendimento e disturbi specifici d'apprendimento, gli affetti da questi ultimi sono un 2% della popolazione, ma per difficoltà educative o strategie didattiche le diagnosi di disturbo d'apprendimento arrivano a una prevalenza del 15%. In teoria oltre un bambino italiano su 10 ha disturbi del neuro sviluppo. In realtà può ben essere che delle ore dedicate al sostegno scolastico una parte da riservare ai casi più gravi sia dedicata a chi potrebbe meglio fruire di brevi periodi di potenziamento educativo. Il pediatra di libera scelta, non coinvolto dalla legge nell'iter che porta alla diagnosi funzionale, potrebbe avere un ruolo sia nel favorire una diagnosi più tempestiva di disturbi che connotano un quadro clinico reale (alla diagnosi di autismo si arriva in quasi 5 anni, quando ci sarebbero strumenti per diagnosticarlo a 18 mesi di vita) sia nel calare la diagnosi funzionale fatta nelle Asl nella valutazione del fabbisogno educativo, conoscendo competenze e capacità del bambino e contesto di provenienza». Per i Git, «oltre a proporsi nella citata veste di case-manager il pediatra di fiducia potrebbe costituire un valore aggiunto se fosse istituzionalizzato un momento di interlocuzione. Confido che ciò possa avvenire, magari facendo anche noi uno sforzo e mirando di più l'istituto dei "bilanci di salute" periodici sullo sviluppo neurologico del bambino». 


Mauro Miserendino

Roma, 27 gennaio – La notizia di un accordo stretto tra Governo e Regioni per una legge nazionale sui vaccini che contempli anche (sul modello emiliano e toscano)  l’obbligatorietà delle vaccinazioni ai fini dell’accesso a scuola, circolata a partire da ieri pomeriggio dopo un incontro tra la ministra della Salute Beatrice Lorenzin e una rappresentanza della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni guidata da Antonio Saitta (nella foto), era evidentemente così bella e così in linea con le aspettative di molti da suscitare una pioggia di reazioni positive, tracimate su agenzie e siti informative in un autentico crescendo.

Valga, per tutte, il tweet di Walter Ricciardi, presidente dell’Iss, spintosi a definire in un tweet un  “accordo storico tra @BeaLorenzin e @regionitaliane per obbligo vaccini del nuovo piano: chiarezza per cittadini e protezione dei più deboli”.

Il fatto è che l’accordo  che, in buona sostanza, estenderebbe a livello nazionale quanto già deciso dalla Regione Emilia Romagna a novembre 2016 e dalla Toscana poi (giusto qualche giorno fa), ovvero l’obbligo di sottoporre a vaccinazione contro antipolio, antidifterica, antitetanica e antiepatite B i bambini ai fini della loro iscrizione agli asili nido, non c’è, o almeno non c’è ancora.

A precisarlo, in serata, è intervenuta la stessa Lorenzin, con una nota ufficiale nella quale, riconoscendo la proficuità del confronto di ieri con le Regioni sul tema di “un intervento legislativo nazionale che renda obbligatorie le vaccinazioni al fine dell’accesso ai percorsi scolastici nella scuola dell’infanzia e dell’obbligo”, si è limitata ad affermare di aver “acquisito la posizione delle Regioni” e di essersi riservata di “portare la questione all’attenzione del ministro dell’Istruzione e della ricerca scientifica e degli altri colleghi di Governo”.

“Nessuna intesa è stata raggiunta” ha chiarito la ministra, derubricando l’esito del confronto di ieri con la Commissione Salute delle Regioni all’inizio di “una interlocuzione istituzionale su di un tema di grande interesse per le famiglie italiane”.

Insomma, stringere un accordo inter-istituzionale per una legge nazionale sulle vaccinazioni è affare che riguarda il Governo nella sua interezza, e dovrà essere dunque questo ad occuparsene, sempre che lo voglia e faccia in tempo a farlo.

Del resto, sulla questione continuano a registrarsi posizioni diverse, come dimostra l’immediata, piccata reazione della Regione Lombardia alle prime agenzie che riferivano del (presunto) raggiunto incontro governo-Regioni per arrivare in tempi brevi ad una legge nazionale sull’obbligatorietà dei vaccini. “La Regione Lombardia non è assolutamente d’accordo perché riteniamo che gli obblighi non producono l’effetto di radicare nei cittadini la consapevolezza dell’utilità dei vaccini” ha tuonato l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, osservando che la posizione sostenuta dall’assessore Saitta “non rappresenta la posizione di Regione Lombardia, non è stata condivisa ed è lontana da quella che abbiamo espresso in tutte le sedi”.

La Regione Lombardia è convinta che per ripristinare un’adeguata copertura vaccinale, più che gli obblighi, servano interventi finalizzati a “rendere i cittadini consapevoli che la scelta di vaccinarsi è quella più giusta per la propria salute”. Strada per molti versi sovrapponibile a quella scelta dal Veneto, altra Regione che ha scelto di non reintrodurre l’obbligo di vaccinazione, nella convinzione che il calo delle vaccinazioni non dipenda  dalla non obbligatorietà (introdotta in Veneto nel 2007), ma da una sottovalutazione generale del rischio dovuto al possibile ritorno di malattie che proprio dai vaccini erano state debellate. In Veneto, la decisione è stata quella di stretti controlli sul territorio e della valutazione sanitaria caso per caso di fronte a bimbi non vaccinati.

“La nostra anagrafe vaccinale” spiegò a suo tempo l’assessore alla Sanità Luca Coletto “è completamente informatizzata e ci consente di tenere sotto controllo la situazione e consentendo all’Autorità sanitaria Locale, cioè il sindaco, di intervenire con propria ordinanza di allontanamento temporaneo o di esclusione del non vaccinato dove la situazione del singolo nido o della scuola d’infanzia scenda sotto la copertura del 90%”.

Per spiegare (e dirla tutta), in quella Regione è stata adottata nel novembre 2016 una delibera che introduce la richiesta del certificato vaccinale all’atto dell’iscrizione ai nidi e alle scuole dell’infanzia. L’elenco degli iscritti con la documentazione vaccinale acquisita viene trasmesso al Servizio di Igiene e sanità pubblica (Sisp) dell’Asl di riferimento: nulla quaestio, ovviamente, per i bambini vaccinati, ma il Sisp è tenuto a fornire un parere sul rischio di ammissione del bambino non vaccinato in rapporto al tasso di copertura del territorio, alla situazione epidemiologica e anche della presenza nella comunità infantile di bambini che non possono essere vaccinati per specifiche condizioni di salute.

La segnalazione del bimbo non vaccinato viene quindi inviata al sindaco del Comune competente (in quanto massima autorità sanitaria locale), al quale spetterà l’eventuale decisione di disporre, con propria ordinanza, il temporaneo allontanamento del bambino o la sua non ammissione alla struttura. Una procedura che – per qualche osservatore – oltre al rischio di una certa farragine, sembra essere un modo con il quale la Regione lascia la patata bollente dei contenziosi con i genitori no vax inviperiti per l’eventuale mancata ammissione dei loro  figli nelle scuole pubbliche agli amministratori pubblici.

È fermo da troppo tempo anche il numero dei neo specialisti Spesso è necessario optare per visite in un altro quartiere

ANNA RITA CILLIS

L'ODISSEA di una mamma inizia quando con il nuovo anno il pediatra di base dei suoi figli va in pensione. Dopo l'addio alla professione dello specialista la donna ne cerca subito un altro, ma ben presto si accorge che trovarlo non è così facile. Non si scoraggia, però, e decide di andare nella sua Asl di riferimento dove scopre che il pediatra non è stato ancora sostituito e in più nella sua zona tutti gli altri sono già pieni. Niente pediatra vicino, dunque, dovrà accontentarsi di uno con lo studio in un altro quartiere.

E questa è solo l'ultima delle tante segnalazioni di quotidiana ricerca: perché cambiare un pediatra a Roma è sempre più difficile, fanno notare dalla Fimp Lazio, costola regionale della Federazione italiana dei medici pediatri. Complici la cifra crescente dei pensionamenti, un turn over ai minimi termini e l'esiguo numero dei neo specialisti. Tra tre anni, sempre per la Fimp, le cose potrebbero peggiorare ulteriormente se si considera il previsto esodo dei professionisti per raggiunto limite di età a partire dal 2020.

«Nel Lazio i pediatri sono 778, di questi circa la metà lavora nella Capitale», spiega Teresa Rongai, segretario regionale Fimp per il Lazio. Che poi aggiunge: «A Roma, come in altre città italiane, molti pediatri di famiglia hanno raggiunto il tetto massimo di 800 bambini assistiti, una quota cui si possono aggiungere 80 piccoli pazienti in deroga, tra fratellini di assistiti e neonati entro tre mesi di età».

Insomma per Rongai «il Lazio come altre Regioni, ha una carenza cronica di specialisti senza contare che l'età media degli specialisti oscilla tra i 45 e i 64 anni». Non solo: di quei 778 pediatri in 619 hanno già raggiunto il massimale previsto.

A conti fatti, dice la pediatra «nel nostro territorio servirebbero almeno mille pediatri di base in più, perché per fortuna i bambini continuano a nascere e noi li seguiamo per molti anni. Il problema è che le nuove leve non bastano a colmare i vuoti lasciati dai pensionamenti. E a soffrire non è solo la pediatria di famiglia: anche fra gli ospedalieri c'è carenza di specialisti».

Va detto, però, fa notare Rongai «che il sistema sanitario pubblico per gli under-14 regge e a volte la carenza di pediatri convenzionati presenti sul territorio viene colmata dalla possibilità che hanno i genitori di iscrivere il proprio bambino, a partire dai sei anni in poi, dal medico di medicina generale: senza nulla togliere ai colleghi come categoria vorremmo poter seguire i ragazzi fino a 14 anni ». Del resto in altri Paesi i ragazzi dicono addio al proprio pediatra a 18 anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

"Mi scusi, vorrei cambiare il pediatra di famiglia". Una richiesta semplice, fatta al Cup di una Asl italiana, che però oggi rischia di essere rimbalzata. "A Roma, ma anche in molte altre città d'Italia, i pediatri attivi hanno raggiunto il massimale di 800 bambini assistiti in convenzione. Una quota a cui si possono aggiungere 80 piccoli pazienti in deroga, tra fratellini di assistiti e neonati entro 3 mesi di età", spiega all'AdnKronos Salute Teresa Rongai, segretario regionale Fimp (Federazione italiana medici pediatri) per il Lazio. Ma dal momento che ci sono stati molti pensionamenti, la ricerca di un pediatra rischia di diventare una 'mission impossible'. "Si calcola che nel 2010-15 abbiamo 'perso' 1.750 pediatri, mentre in base ai dati anagrafici tra il 2015 e il 2020 ne andranno in pensione 3.630", dice Rongai.

Un'emorragia di dottori dei bambini "che la Fimp prevedeva e segnalava già dal 2014. E che nel 2015 ha visto un record di 7-800 pediatri pensionati in tutta Italia. Ma che non è destinata a fermarsi - avverte Rongai - Nel 2020-25 avremo ben 4.600 pediatri in meno. C'è, insomma, un problema di sostenibilità del sistema, con il quale i genitori italiani sono costretti a fare i conti. Ci chiamavamo pediatri di libera scelta perché le famiglie potevano scegliere liberamente lo specialista di fiducia vicino casa. Ora, di fatto, questa possibilità di scelta in molti casi non c'è più".

E la situazione rischia di peggiorare, visto che i pediatri invecchiano e vanno in pensione, ma i giovani arrivano col contagocce. "Oggi sono circa 11 mila i pediatri di libera scelta attivi, mentre ne servirebbero 14 mila. Dalla nostra specialità escono però solo 280 giovani l'anno, troppo pochi per sanare le uscite", chiarisce l'esperta.

Ma in un'Italia che invecchia servono davvero tanti pediatri? "Certamente - risponde Rongai - perché per fortuna i bambini continuano a nascere e noi li seguiamo per molti anni. Il problema è che le nuove leve non bastano a colmare i vuoti lasciati dai pensionamenti. E a soffrire non è solo la pediatria di famiglia: anche fra gli ospedalieri c'è carenza di specialisti. Vorrei ricordare che la nostra presenza sul territorio fa dell'assistenza pediatrica italiana un fiore all'occhiello rispetto al resto d'Europa. Un tipo di assistenza ora a serio rischio".

Secondo il segretario regionale Fimp Lazio, insomma, è arrivato il momento di ripensare la programmazione. "E bisogna farlo in fretta, anche perché la gobba pensionistica avrà il suo apice nel 2020-30", ricorda.

Il problema di trovare o cambiare il dottore del piccolo di casa non riguarda per ora i neonati e i fratellini dei baby-pazienti, "che - ribadisce l'esperta - possono essere iscritti in deroga, anche se questa informazione potrebbe non essere conosciuta da tutti i genitori: nel Lazio, ad esempio, sul sito apposito il pediatra appare completo e non si segnala la possibilità di iscrivere comunque un neonato o un fratellino". Invece anche la comunicazione corretta e completa "è importante, e potrebbe semplificare la vita ai genitori", conclude Rongai.

Mercoledì, 18 Gennaio 2017 12:52

LEA 2017

Scritto da

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo