Federazione Italiana Medici Pediatri di Roma e Provincia

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Roma, 27 gennaio – La notizia di un accordo stretto tra Governo e Regioni per una legge nazionale sui vaccini che contempli anche (sul modello emiliano e toscano)  l’obbligatorietà delle vaccinazioni ai fini dell’accesso a scuola, circolata a partire da ieri pomeriggio dopo un incontro tra la ministra della Salute Beatrice Lorenzin e una rappresentanza della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni guidata da Antonio Saitta (nella foto), era evidentemente così bella e così in linea con le aspettative di molti da suscitare una pioggia di reazioni positive, tracimate su agenzie e siti informative in un autentico crescendo.

Valga, per tutte, il tweet di Walter Ricciardi, presidente dell’Iss, spintosi a definire in un tweet un  “accordo storico tra @BeaLorenzin e @regionitaliane per obbligo vaccini del nuovo piano: chiarezza per cittadini e protezione dei più deboli”.

Il fatto è che l’accordo  che, in buona sostanza, estenderebbe a livello nazionale quanto già deciso dalla Regione Emilia Romagna a novembre 2016 e dalla Toscana poi (giusto qualche giorno fa), ovvero l’obbligo di sottoporre a vaccinazione contro antipolio, antidifterica, antitetanica e antiepatite B i bambini ai fini della loro iscrizione agli asili nido, non c’è, o almeno non c’è ancora.

A precisarlo, in serata, è intervenuta la stessa Lorenzin, con una nota ufficiale nella quale, riconoscendo la proficuità del confronto di ieri con le Regioni sul tema di “un intervento legislativo nazionale che renda obbligatorie le vaccinazioni al fine dell’accesso ai percorsi scolastici nella scuola dell’infanzia e dell’obbligo”, si è limitata ad affermare di aver “acquisito la posizione delle Regioni” e di essersi riservata di “portare la questione all’attenzione del ministro dell’Istruzione e della ricerca scientifica e degli altri colleghi di Governo”.

“Nessuna intesa è stata raggiunta” ha chiarito la ministra, derubricando l’esito del confronto di ieri con la Commissione Salute delle Regioni all’inizio di “una interlocuzione istituzionale su di un tema di grande interesse per le famiglie italiane”.

Insomma, stringere un accordo inter-istituzionale per una legge nazionale sulle vaccinazioni è affare che riguarda il Governo nella sua interezza, e dovrà essere dunque questo ad occuparsene, sempre che lo voglia e faccia in tempo a farlo.

Del resto, sulla questione continuano a registrarsi posizioni diverse, come dimostra l’immediata, piccata reazione della Regione Lombardia alle prime agenzie che riferivano del (presunto) raggiunto incontro governo-Regioni per arrivare in tempi brevi ad una legge nazionale sull’obbligatorietà dei vaccini. “La Regione Lombardia non è assolutamente d’accordo perché riteniamo che gli obblighi non producono l’effetto di radicare nei cittadini la consapevolezza dell’utilità dei vaccini” ha tuonato l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, osservando che la posizione sostenuta dall’assessore Saitta “non rappresenta la posizione di Regione Lombardia, non è stata condivisa ed è lontana da quella che abbiamo espresso in tutte le sedi”.

La Regione Lombardia è convinta che per ripristinare un’adeguata copertura vaccinale, più che gli obblighi, servano interventi finalizzati a “rendere i cittadini consapevoli che la scelta di vaccinarsi è quella più giusta per la propria salute”. Strada per molti versi sovrapponibile a quella scelta dal Veneto, altra Regione che ha scelto di non reintrodurre l’obbligo di vaccinazione, nella convinzione che il calo delle vaccinazioni non dipenda  dalla non obbligatorietà (introdotta in Veneto nel 2007), ma da una sottovalutazione generale del rischio dovuto al possibile ritorno di malattie che proprio dai vaccini erano state debellate. In Veneto, la decisione è stata quella di stretti controlli sul territorio e della valutazione sanitaria caso per caso di fronte a bimbi non vaccinati.

“La nostra anagrafe vaccinale” spiegò a suo tempo l’assessore alla Sanità Luca Coletto “è completamente informatizzata e ci consente di tenere sotto controllo la situazione e consentendo all’Autorità sanitaria Locale, cioè il sindaco, di intervenire con propria ordinanza di allontanamento temporaneo o di esclusione del non vaccinato dove la situazione del singolo nido o della scuola d’infanzia scenda sotto la copertura del 90%”.

Per spiegare (e dirla tutta), in quella Regione è stata adottata nel novembre 2016 una delibera che introduce la richiesta del certificato vaccinale all’atto dell’iscrizione ai nidi e alle scuole dell’infanzia. L’elenco degli iscritti con la documentazione vaccinale acquisita viene trasmesso al Servizio di Igiene e sanità pubblica (Sisp) dell’Asl di riferimento: nulla quaestio, ovviamente, per i bambini vaccinati, ma il Sisp è tenuto a fornire un parere sul rischio di ammissione del bambino non vaccinato in rapporto al tasso di copertura del territorio, alla situazione epidemiologica e anche della presenza nella comunità infantile di bambini che non possono essere vaccinati per specifiche condizioni di salute.

La segnalazione del bimbo non vaccinato viene quindi inviata al sindaco del Comune competente (in quanto massima autorità sanitaria locale), al quale spetterà l’eventuale decisione di disporre, con propria ordinanza, il temporaneo allontanamento del bambino o la sua non ammissione alla struttura. Una procedura che – per qualche osservatore – oltre al rischio di una certa farragine, sembra essere un modo con il quale la Regione lascia la patata bollente dei contenziosi con i genitori no vax inviperiti per l’eventuale mancata ammissione dei loro  figli nelle scuole pubbliche agli amministratori pubblici.

È fermo da troppo tempo anche il numero dei neo specialisti Spesso è necessario optare per visite in un altro quartiere

ANNA RITA CILLIS

L'ODISSEA di una mamma inizia quando con il nuovo anno il pediatra di base dei suoi figli va in pensione. Dopo l'addio alla professione dello specialista la donna ne cerca subito un altro, ma ben presto si accorge che trovarlo non è così facile. Non si scoraggia, però, e decide di andare nella sua Asl di riferimento dove scopre che il pediatra non è stato ancora sostituito e in più nella sua zona tutti gli altri sono già pieni. Niente pediatra vicino, dunque, dovrà accontentarsi di uno con lo studio in un altro quartiere.

E questa è solo l'ultima delle tante segnalazioni di quotidiana ricerca: perché cambiare un pediatra a Roma è sempre più difficile, fanno notare dalla Fimp Lazio, costola regionale della Federazione italiana dei medici pediatri. Complici la cifra crescente dei pensionamenti, un turn over ai minimi termini e l'esiguo numero dei neo specialisti. Tra tre anni, sempre per la Fimp, le cose potrebbero peggiorare ulteriormente se si considera il previsto esodo dei professionisti per raggiunto limite di età a partire dal 2020.

«Nel Lazio i pediatri sono 778, di questi circa la metà lavora nella Capitale», spiega Teresa Rongai, segretario regionale Fimp per il Lazio. Che poi aggiunge: «A Roma, come in altre città italiane, molti pediatri di famiglia hanno raggiunto il tetto massimo di 800 bambini assistiti, una quota cui si possono aggiungere 80 piccoli pazienti in deroga, tra fratellini di assistiti e neonati entro tre mesi di età».

Insomma per Rongai «il Lazio come altre Regioni, ha una carenza cronica di specialisti senza contare che l'età media degli specialisti oscilla tra i 45 e i 64 anni». Non solo: di quei 778 pediatri in 619 hanno già raggiunto il massimale previsto.

A conti fatti, dice la pediatra «nel nostro territorio servirebbero almeno mille pediatri di base in più, perché per fortuna i bambini continuano a nascere e noi li seguiamo per molti anni. Il problema è che le nuove leve non bastano a colmare i vuoti lasciati dai pensionamenti. E a soffrire non è solo la pediatria di famiglia: anche fra gli ospedalieri c'è carenza di specialisti».

Va detto, però, fa notare Rongai «che il sistema sanitario pubblico per gli under-14 regge e a volte la carenza di pediatri convenzionati presenti sul territorio viene colmata dalla possibilità che hanno i genitori di iscrivere il proprio bambino, a partire dai sei anni in poi, dal medico di medicina generale: senza nulla togliere ai colleghi come categoria vorremmo poter seguire i ragazzi fino a 14 anni ». Del resto in altri Paesi i ragazzi dicono addio al proprio pediatra a 18 anni.

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"Mi scusi, vorrei cambiare il pediatra di famiglia". Una richiesta semplice, fatta al Cup di una Asl italiana, che però oggi rischia di essere rimbalzata. "A Roma, ma anche in molte altre città d'Italia, i pediatri attivi hanno raggiunto il massimale di 800 bambini assistiti in convenzione. Una quota a cui si possono aggiungere 80 piccoli pazienti in deroga, tra fratellini di assistiti e neonati entro 3 mesi di età", spiega all'AdnKronos Salute Teresa Rongai, segretario regionale Fimp (Federazione italiana medici pediatri) per il Lazio. Ma dal momento che ci sono stati molti pensionamenti, la ricerca di un pediatra rischia di diventare una 'mission impossible'. "Si calcola che nel 2010-15 abbiamo 'perso' 1.750 pediatri, mentre in base ai dati anagrafici tra il 2015 e il 2020 ne andranno in pensione 3.630", dice Rongai.

Un'emorragia di dottori dei bambini "che la Fimp prevedeva e segnalava già dal 2014. E che nel 2015 ha visto un record di 7-800 pediatri pensionati in tutta Italia. Ma che non è destinata a fermarsi - avverte Rongai - Nel 2020-25 avremo ben 4.600 pediatri in meno. C'è, insomma, un problema di sostenibilità del sistema, con il quale i genitori italiani sono costretti a fare i conti. Ci chiamavamo pediatri di libera scelta perché le famiglie potevano scegliere liberamente lo specialista di fiducia vicino casa. Ora, di fatto, questa possibilità di scelta in molti casi non c'è più".

E la situazione rischia di peggiorare, visto che i pediatri invecchiano e vanno in pensione, ma i giovani arrivano col contagocce. "Oggi sono circa 11 mila i pediatri di libera scelta attivi, mentre ne servirebbero 14 mila. Dalla nostra specialità escono però solo 280 giovani l'anno, troppo pochi per sanare le uscite", chiarisce l'esperta.

Ma in un'Italia che invecchia servono davvero tanti pediatri? "Certamente - risponde Rongai - perché per fortuna i bambini continuano a nascere e noi li seguiamo per molti anni. Il problema è che le nuove leve non bastano a colmare i vuoti lasciati dai pensionamenti. E a soffrire non è solo la pediatria di famiglia: anche fra gli ospedalieri c'è carenza di specialisti. Vorrei ricordare che la nostra presenza sul territorio fa dell'assistenza pediatrica italiana un fiore all'occhiello rispetto al resto d'Europa. Un tipo di assistenza ora a serio rischio".

Secondo il segretario regionale Fimp Lazio, insomma, è arrivato il momento di ripensare la programmazione. "E bisogna farlo in fretta, anche perché la gobba pensionistica avrà il suo apice nel 2020-30", ricorda.

Il problema di trovare o cambiare il dottore del piccolo di casa non riguarda per ora i neonati e i fratellini dei baby-pazienti, "che - ribadisce l'esperta - possono essere iscritti in deroga, anche se questa informazione potrebbe non essere conosciuta da tutti i genitori: nel Lazio, ad esempio, sul sito apposito il pediatra appare completo e non si segnala la possibilità di iscrivere comunque un neonato o un fratellino". Invece anche la comunicazione corretta e completa "è importante, e potrebbe semplificare la vita ai genitori", conclude Rongai.

Mercoledì, 18 Gennaio 2017 12:52

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Mercoledì, 18 Gennaio 2017 12:49

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Mercoledì, 18 Gennaio 2017 11:29

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